Si dice che il valore
delle cose è minore quando sono in tuo possesso, maggiore quando devi
conquistarle e ancora più alto una volta perse. Vero. Ma credo che il momento
peggiore, quello che vorresti non vivere mai, è quando le cose che un tempo
eran tue diventano inevitabilmente di qualcun altro. È un po' come buttare
qualcosa nel cassonetto sotto casa e poi cogliere in flagrante di notte qualcuno
che va a riprenderla: nessuno dovrebbe avere il diritto di rovistare nella tua
spazzatura. Eppure non funziona così. E quel che è peggio è che accade di
frequente con le persone: persone con cui un tempo avevi un legame e che
porterai per sempre nel cuore; persone con cui potresti esserti comportato
esattamente come con un sacco dell'immondizia; persone con grande potenziale e valore di cui non ti
rendevi conto. E allora ripensi a quanto hai lasciato andare, buttato nella
discarica delle occasioni di cui credevi di poter fare a meno, dimenticato per
un po'. Ma si sa: non si dimentica mai per sempre.
lunedì 16 marzo 2015
domenica 15 marzo 2015
Il tempo delle piccole cose
Quel che si dice come il più banale luogo comune, in realtà è vero: il tempo cura tutti i mali, sia
fisici che morali. Ed è, dopotutto, la medicina migliore. Certo è che per riprendersi da una
delusione o da un errore di percorso o dai drammi che la vita ci pone continuamente, di tempo ne occorre davvero troppo. Ed intanto la sfida non è guarire, ma sopravvivere e riuscire a non star male: stare
bene, realmente bene, è un'altra questione, più profonda, più difficile, più enigmatica. Sì,
enigmatica. Perché le cose che finiscono col farci stare bene non
sono quelle eclatanti che sogniamo anche ad occhi aperte e per le quali crediamo di alzarci ogni mattina, ma sono quelle piccole, quotidiane e insignificanti. Un
sorriso, una battuta, il trucco giusto, un nuovo acquisto, un buon libro, un
sole cocente, un caffè al bar, un SMS che ti ricorda che al mondo c'è sempre qualcuno che ti vuol bene, la voce
della mamma al telefono, un muffin al cioccolato, un gioco stupido, un saluto improvviso, un
abbraccio, una passeggiata in solitudine ascoltando musica con le cuffie nelle orecchie, una canzone, un
pensiero diverso e forse anche strano, un asciugamano nuovo e pulito, una frase terribilmente giusta, un...sì, davvero poco. E per qualche strana ragione, il tempo passa più in fretta proprio quando accade quel qualcosa di sottile e delicato che riesce a far sembrare che il tempo, quello stesso tempo contro il quale combattevamo, si sia fermato.
mercoledì 11 marzo 2015
Noi, perfezionisti alla Sheldon
Lo conoscete tutti lo strano coinquilino che ognuno vorrebbe avere?! Il suo nome è Sheldon Cooper, il fisico teorico e protagonista indiscusso della serie americana Big Bang Theory. Con lui che etichetta ogni cosa nel vostro appartamento (etichettatrice compresa) e che saprebbe dare una logica spiegazione anche alla presenza di un Oecanthus fultoni apparso nel suo soggiorno, la vita sarebbe molto...perfetta! Certo, un soggetto del genere ha anche molte manie, come ad esempio il suo posto fisso sul divano perché d’inverno quel posto è così vicino al termosifone da permettere di stare al caldo. D’estate sta su una linea di corrente fresca che si ottiene aprendo sia quella finestra che quell'altra. È di fronte alla tv, ha un’angolazione che non scoraggia la conversazione ma non la implica neanche. Insomma, un concentrato di sapere e follia che incontrano un'incapacità all'adattamento sociale, tanto che i suoi compagni d'avventura ripeteranno lui spesso per convincerlo ad un comportamento conforme con la società, che una determinata azione, per noi comuni mortali essenzialmente normale, è una convenzione sociale non opzionale.
Associato da un recente studio alla sindrome di Asperger (sindrome che prevede un alto quoziente intellettivo ed una dedizione ad una particolare disciplina, associati ad una bizzarra fobia sociale), il nostro fisico teorico ha sempre l'opinione d'essere intellettualmente superiore ai suoi amici e, in generale, a tutti coloro che popolano il pianeta Terra, compresi anche i grandi scienziati e Premi Nobel che, a parer suo, dovrebbero essere onorati di lavorare con lui (o per lui, come sottolinea al suo amico ed astrofisico in una delle puntate della spassosa serie). Profondamente incapace di intrattenere relazioni sociali informali, nutre e coltiva il sogno di raggiungere il Premio Nobel per la fisica (che si svelerà, in una puntata dove saranno rimesse in discussione tutte le sue credenziali scientifiche, essere semplicemente il sogno di un Premio Nobel qualsiasi, anche quello per la pace, ottenibile grazie alla sua brillante idea della costruzione di una nuova Gerusalemme in America). Ogni insuccesso lo paralizza e lo porta a formulare idee e scappatoie per poter affermare ancora una volta il suo genio su tutto il genere umano. Il suo alto sogno e sfacciata convinzione di essere destinato al Premio Nobel, combacian perfettamente con le sue manie da persona ordinata e abitudinaria: ogni sua azione fa parte di una routine perfettamente organizzata e schematizzata che Sheldon impone anche alle persone che gli stanno intorno (per esempio il sabato sera è la sera del bucato). Non tollera che altre persone possano interferire nelle sue abitudini e fatica a concepire l'idea che possano esistere dei motivi per modificarle.
Questo simpatico video illustra i contatti tra i comportamenti di Sheldon e i sintomi della sindrome di Asperger:
Estremizzando il concetto di perfezione, Sheldon Cooper incarna una grande fetta di persone che al giorno d'oggi abitano la Terra. Non tanto per le manie socio-fobiche, quanto per il desiderio intrinseco di diventare importante o, come si dice ormai quotidianamente, di diventare 'qualcuno'. Ebbene, i comportamenti di noi perfezionisti non differiscono molto da quelli dell'incontrastato genio creato dai mass media: miriamo in alto, perseguiamo un obiettivo, ci sentiamo migliori se non di tutti ma perlomeno di una grande massa indistinta popolare, programmiamo non solo la nostra vita ma le nostre giornate e le nostre ore sino al minuto più irrilevante, gestiamo le relazioni in uno strano concetto di dare-avere, poniamo in cima la realizzazione personale riponendo fiducia nelle nostre capacità ovviamente eccezionali e, se ci è concesso dirlo, superiori alla media. Purtroppo il mondo non è sempre grato né concede ricompense o Premi Nobel, anche quando si vive nella coscienza di meritarli. La realtà è che il perfezionismo non è quella bella campana di vetro in cui ci si ripara per sentirsi belli e bravi. Si parla di perfezionismo quando si esige da se stessi o dagli altri una prestazione di qualità superiore rispetto alla norma, e quando questa richiesta è accompagnata da una continua critica e svalutazione del comportamento, non solo altrui, ma proprio. Il perfezionista è un pessimista che vive nella speranza di potercela fare, un giorno, a diventare quel 'qualcuno'. Di vincere, insomma, il suo tanto agognato Premio Nobel.
martedì 3 marzo 2015
Osare con le parole: il potere dei neologismi
Nessun pensiero nasce malvagio. Sono le interpretazioni che
gli si dà a renderlo tale e a creare quel mostro blu chiamato fraintendimento
o, in maniera più dolce, incomprensione. Quando si pensa a qualcosa si è sempre
mossi da buoni sentimenti, da amore nella maggior parte dei casi. Poi qualcuno
legge ciò che è scritto o ascolta ciò che vien detto e distorce tutto ciò che
il mittente aveva intenzione di comunicare.
La comunicazione: questo è il vero problema. Gli uomini
primitivi sentirono il bisogno di comunicare, perché uno doveva dire all'altro:
«Vai tu a cacciare, che io accendo il fuoco», ma non sapevano come fare. E
allora chiamarono FUOCO il fuoco, CARNE la carne, e hanno definito CACCIARE il
cacciare e ACCENDERE l'accendere. Era semplice, essenziale, utile. Poi, col
tempo, l'uomo ha avuto la brillante idea di usare la parola per esprimere i
suoi sentimenti e i suoi pensieri, per lamentarsi o per amarsi, per spiegare il
tumulto interiore e il groviglio mentale comunemente definito confusione.
E da lì sono sorti i problemi: la comunicazione è diventata
un gioco di parole, alcune delle quali hanno avuto la fortuna d'essere inserite
in un dizionario, altre hanno preso la via dialettale e altre ancora si son
perse nel gergo limitrofo di alcune ridenti cittadine di campagna. Ma qualsiasi
sia l'origine e la destinazione di ogni termine che tenta l'ardua impresa di
definire o anche umilmente spiegare quel che si nasconde nell'animo umano, è
insufficiente per ognuno di noi.
lunedì 2 marzo 2015
Sotto il peso delle scartoffie - Tutte le imprecazioni che la burocrazia non ci fa risparmiare
Paese che vai, burocrazia che trovi.
Il nuovo proverbio che sto lanciando si prospetta fortunato tra noi umani, alle prese ogni giorno con documenti da compilare, moduli da riempire, carte da consegnare, file da stampare e file ai bureaux che rendono meno drammatica la Salerno-Reggio Calabria. Tutto questo ci porta a continue domande, spesso retoriche, quali: perché la burocrazia esiste? In realtà tale domanda ha una risposta storica, più che motivazionale ed esaustiva per le nostre quotidiane sfuriate agli sportelli (provvisti di vetro detto anti-taccheggio, ma io direi anti-aggressione).
La burocrazia nasce nell'antica Roma, come ci spiega Tacito negli Annales, sotto l'imperatore Claudio (I sec. d.C), il quale creò un sistema di uffici che faceva capo ad un ufficio centrale, gestiti da funzionari - attenzione! - ARBITRARIAMENTE scelti dall'imperatore stesso, per motivi di corruzione o per semplici favoritismi. Dunque l'attuale incompetenza dei nostri addetti al mestiere burocratico, ha lontane ed antiche origini.
L'epoca moderna irrobustì tale sistema a seguito della nascita degli Stati Nazionali, e fu Napoleone Bonaparte a migliorarne la struttura, snellendo le procedure, tanto che il suo sistema venne in seguito preso a modello dai governatori.
L'attuale sistema burocratico si basa sul modello telocratico, che vede una focalizzazione sugli obiettivi anziché sulle regole, un ruolo attivo da parte dei cittadini, la creazione di gruppi di lavoro attivi, relazioni di scambio e negoziali, e l'apertura all'innovazione, il cosiddetto problem solving.
Si tratta in sostanza della creazione di un sistema flessibile, partecipativo, decentrato e contrattato di volta in volta. Pare davvero una bella svolta, ma proprio questo sistema, anche se più corretto nei confronti dei cittadini poiché elimina il concetto di abuso di potere da parte del sovrano e/o del governo, rende più lenta ogni procedura e permette cambiamenti infiniti, tanto da non poter stabilire se l'anno successivo potranno valere le stesse regole dell'anno in corso. E così via.
L'informatizzazione dovrebbe aiutare in quanto sostituirebbe il modello cartaceo: invece tale sostituzione ha assunto la forma di un affiancamento, cosicché un modello online è solo l'inizio di una lunga trafila digitale e cartacea che non avrà mai tregua e che ci porterà a passare molte delle nostre ore in coda agli sportelli o in ascolto della canzoncina deliziosamente irritante dei call center addetti.
Ma tutto questo non deve stupirci: la burocrazia non è nata per noi cittadini e comuni mortali. Lo stesso termine deriva dall'unione tra il francese bureau e il greco κρατos e significa nientemeno che POTERE AGLI UFFICI. Ed in fondo è quello che accade. E parafrasando Ugo Foscolo: non ci resta che imprecare.
domenica 1 marzo 2015
Proverbializzando
A volte capita che cerchi qualcosa e trovi
qualcos'altro.
A volte pur cercando non trovi niente.
A volte senza cercarle, le cose ti trovano.
A volte non cerchi e non trovi.
E, infine, può capitare che
qualcuno si metta a cercare con te.
Credo che quello sia l'amore.
Lettere vs SMS, ovvero: quel che si perde grazie al digitale
Un tempo (neanche troppo lontano, in verità) quando ci si dava appuntamento per la settimana
seguente, si aspettava semplicemente il giorno stabilito e si andava al luogo
stabilito nell'ora stabilita, sperando che anche l'altra persona avesse
ricordato l'appuntamento in tutti i suoi dettagli.
Ora abbiam la facoltà di inviare anche cento SMS per un solo appuntamento: modifichiamo il giorno, l'ora e il posto dell'incontro e possiamo permetterci addirittura di arrivare in ritardo, poiché sarà sufficiente avvisare con un messaggino pieno di emoticon che non faremo in tempo per l'orario stabilito e che siamo molto spiacenti, ma che ci faremo perdonare presto.
Sino a non molto tempo fa, le cose funzionavano, evidentemente, in maniera diversa e se pensavi di poter essere anche minimamente in ritardo per l'appuntamento amoroso, amichevole o lavorativo, t'assaliva la paura che l'altro si fosse annoiato nell'attesa e fosse andato via, pensando anche che tu avessi dimenticato l'appuntamento. Oggigiorno si può anche disdire un appuntamento all'ultimo secondo, senza far aspettare l'altro inutilmente, ed il gioco è fatto.
E anche quando si è distanti, genitori-figli, marito-moglie, amanti, amici, e qualsiasi sia il tipo di relazione in corso, la nuova tecnologia ci permette di sentirci in ogni attimo, così da sapere tutto quello che sta facendo l'altro in tempo reale. Geniale. E se il nostro pupillo non risponde nel giro di cinque minuti, ci preoccupiamo (o ci arrabbiamo, se abbiamo una soglia d'ansia paragonabile alla bassa marea).
I tempi passati ci insegnano la pazienza, antica virtù: si aveva la possibilità di inviarsi una lettera alla settimana e si attendeva un'altra settimana o più per la risposta. E quindi tra la partenza e l'arrivo c'erano solo due lettere. E non una raffica di SMS.
Ma quel che manca di più alla nostra generazione, è che nelle lettere si possono inventare dei disegni personalizzati, inserirci dei fiori, spruzzarci sopra un po' di profumo...sentire l'inchiostro sotto le mani che crea un dolce rilievo. Gli SMS restano freddi, così come le mail: è il prezzo della velocità. Non sono scritti con la nostra grafia, ma con i caratteri standard del computer, e non hanno alcun odore. Sono anonimi e gli potrebbe scrivere chiunque, risulterebbero tutti uguali, senza passione. Non hanno personalità e non hanno vita.
Ora abbiam la facoltà di inviare anche cento SMS per un solo appuntamento: modifichiamo il giorno, l'ora e il posto dell'incontro e possiamo permetterci addirittura di arrivare in ritardo, poiché sarà sufficiente avvisare con un messaggino pieno di emoticon che non faremo in tempo per l'orario stabilito e che siamo molto spiacenti, ma che ci faremo perdonare presto.
Sino a non molto tempo fa, le cose funzionavano, evidentemente, in maniera diversa e se pensavi di poter essere anche minimamente in ritardo per l'appuntamento amoroso, amichevole o lavorativo, t'assaliva la paura che l'altro si fosse annoiato nell'attesa e fosse andato via, pensando anche che tu avessi dimenticato l'appuntamento. Oggigiorno si può anche disdire un appuntamento all'ultimo secondo, senza far aspettare l'altro inutilmente, ed il gioco è fatto.
E anche quando si è distanti, genitori-figli, marito-moglie, amanti, amici, e qualsiasi sia il tipo di relazione in corso, la nuova tecnologia ci permette di sentirci in ogni attimo, così da sapere tutto quello che sta facendo l'altro in tempo reale. Geniale. E se il nostro pupillo non risponde nel giro di cinque minuti, ci preoccupiamo (o ci arrabbiamo, se abbiamo una soglia d'ansia paragonabile alla bassa marea).
I tempi passati ci insegnano la pazienza, antica virtù: si aveva la possibilità di inviarsi una lettera alla settimana e si attendeva un'altra settimana o più per la risposta. E quindi tra la partenza e l'arrivo c'erano solo due lettere. E non una raffica di SMS.
Ma quel che manca di più alla nostra generazione, è che nelle lettere si possono inventare dei disegni personalizzati, inserirci dei fiori, spruzzarci sopra un po' di profumo...sentire l'inchiostro sotto le mani che crea un dolce rilievo. Gli SMS restano freddi, così come le mail: è il prezzo della velocità. Non sono scritti con la nostra grafia, ma con i caratteri standard del computer, e non hanno alcun odore. Sono anonimi e gli potrebbe scrivere chiunque, risulterebbero tutti uguali, senza passione. Non hanno personalità e non hanno vita.
E poi quando ci si rivede, anche dopo mesi, non si ha mai nulla di sconvolgente da dirsi, perché ci si è già
detti tutto tramite messaggi. Attraverso le lettere si riempiva di mistero tutto il tempo passato dalla spedizione della lettera
al giorno dell'incontro, che acquistava una magia particolare, un senso di ignoto e una consapevolezza d'amore. E poi, si sa, in una lettera non scrivi quello che fai
durante il giorno: scrivi quello che provi, perché hai solo quella lettera per
dirlo, per esprimerlo. Invece con gli SMS sai che domani ne potrai mandare
un altro dicendo ciò che provi e che, per oggi, ti accontenti di dire ciò che
stai facendo.
Ma poi l'indomani non lo dici quello che provi.
Rimandi
sempre.
Non lo dici mai, non lo dici più.
E quindi ognuno sa cosa fa
l'altro, ma non sa cosa prova.
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