domenica 29 marzo 2015

Medea con gli occhi di Pasolini: l'eterna lotta tra onirico e logico, tra selvaggio e civile


A Corinto, Esone è stato spodestato dal fratello Pelia, che ha allontanato Giasone affidandolo al protettore Chirone. Divenuto uomo, Giasone rivendica il trono. Pelia, in cambio, lo invita ad un'ardua impresa nel'Ecate, terra barbara: rubare il vello d'oro. Intanto Pasolini offre una visione della cultura barbara attraverso la rappresentazione del sacrificio di un ragazzo per un cruento rito di fertilità. Il vello d'oro sarà rubato da Medea, figlia di Eeta, re dell'Ecate, la quale chiederà aiuto al fratello, per poi ucciderlo poco prima della fuga con Giasone, seminando i pezzi del corpo sulla strada, per rallentare la corsa dell'esercito del padre che li cercava per riprendere il vello d'oro. Giunti in Grecia, Pelia non mantiene la promessa. Intanto Medea e Giasone consumano il loro amore, dal quale nasceranno tre figli. Istruita alla cultura greca, Medea sembra aver dimenticato le sue origini, che riaffioreranno nel momento in cui, giunta abusivamente nel giardino del palazzo di Creonte, verrà a conoscenza delle nuove nozze che Giasone contrarrà con Glauce, figlia dello stesso Creonte. Nel dialogo con la nutrice e con le altre donne al suo servizio, Medea riscopre l'attaccamento alla sua terra, il suo dio e le sue arti magiche, che utilizzerà per compiere la sua vendetta, coronandola con l'uccisione dei figli e l'incendio della dimora coniugale e della stessa città di Corinto.

Dalla visione del film emerge un conflitto senza tempo: quello tra il sogno e la ragione. Il primo personificato da Medea e dal mondo barbaro, il secondo da Giasone e dalla cultura greca: l'universo arcaico della maga dominato dalle emozioni e la modernità dell'eroe pragmatico. La regia sembra prediligere il mondo onirico della principessa dell'Ecate, basando il flusso di immagini sulle sue "visioni", operando una trasposizione di sogni e non di fatti. La narrazione procede, così, impastando crudeltà e innocenza, barbarie e senso del sublime, attraverso l'elemento chiave del silenzio. Silenzio e sogno dominano la protagonista e il suo popolo, raddoppiando le scene e ponendole fuori dal tempo e dalla realtà. La sua sfera percettiva si impregna di arcaico, di ieratico, di clericale.



Pasolini propone il contrasto tra il mondo antico e la modernità, creando un parallelismo fra il Terzo Mondo e l'Occidente. In un'intervista di Dufot, Pasolini stesso afferma:
Potrebbe essere benissimo la storia di un popolo del Terzo Mondo, di un popolo africano, ad esempio, che vivesse la stessa catastrofe venendo a contatto con la civiltà occidentale materialistica. Del resto, nell'irreligiosità, nell'assenza di ogni metafisica, Giasone vedeva nel centauro un animale favoloso, pieno di poesia. Poi, man mano che passava il tempo, il centauro è divenuto ragionatore e saggio, ed è finito col divenire un uomo uguale a Giasone. Alla fine, i due centauri si sovrappongono, ma non per questo si aboliscono. Il superamento è un'illusione. Nulla si perde.
Si nota un'estrema attenzione del regista per l'antefatto, rimandando l'incontro con il testo poetico, che presenterà solo qualche citazione della tragedia di Euripide. Infatti, tra Medea e Giasone, protagonisti indiscussi, non c'è mai dialogo, tranne che alla fine, quando le parole ormai non servono più a nulla. Musiche sacre giapponesi e canti d'amore iraniani sono le uniche voci, che riescono a creare l'atemporalità del mito.  La mancanza di dialogo sfocia nella mancanza di affetti e sentimenti: la rabbia del tradimento, l'istinto di maternità, l'amore coniugale, la passione sessuale. Tutti questi elementi sono assenti o, meglio, dominati da un'aurea di freddezza e vacuità. Lo stesso rapporto sessuale fra i due vede gli occhi di Medea spalancati sul vuoto e gli ansimi di Giasone insensibili e compiaciuti. L'amore in Medea è conflitto irresolubile tra ciò che sente e ciò che è ammesso sentire, tra ciò che si è e ciò che si diventa abbandonando la propria identità per qualcun'altro. Con l'uccisione dei figli e con l'incendio, ella uccide ogni possibilità di sopravvivenza del suo mondo, quel mondo arcaico che aveva già profanato sottraendogli il vello.

Il film rappresenta per Pasolini l'atto estremo di perdita di fiducia nel logos (rappresentata in maniera funzionale dall'utilizzo della musica etnica al posto della tradizionale musica occidentale), basandosi sul confronto di due opposti sistemi di pensiero: quello mitico-realistico di Medea e quello laico-manieristico di Giasone. L'opposizione è insanabile e non ammette alcuna possibilità di sintesi dialettica. Sfatando il metodo hegeliano, Pasolini si fa portavoce di una dialettica binaria, che trova la sua massima espressione figurativa nel centauro. L'incontro-scontro tra Giasone e Medea dà vita a due altre opposizioni tangibili: verbale/non verbale (il silenzio della barbarie e l'agone della civiltà) e lineare/circolare (dopo la fuga con gli argonauti, Medea critica la loro noncuranza nell'aver piantato le tende senza segnare il centro).

L'opera di Pasolini vuol porsi come metafora della crisi della modernità. Sempre nell'intervista di Dufot, Pasolini spiega:

L'uomo moderno vive una radicale scissione tra il suo ineliminabile sostrato filogenetico, quello simbolico, irrazionale e religioso del mondo mitico, e l'esigenza indotta di un prevaricare della ragione su questi valori. Nel momento in cui l'iniziazione culturale fa entrare in conflitto le due istanze, si apre lo spazio di una profonda lacerazione esistenziale che consegna l'individuo ad un'oscillazione radicale tra questi due poli.

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